Perchè nell’era dello spostamento rapido bisognerebbe decidere di viaggiare in treno da Roma alla volta di Pechino attraverso la Siberia e la Mongolia? Forse per guadagnare la meta nella mutevolezza del paesaggio e delle persone, recuperando le emozioni e i rapporti umani che vengono sacrificati a favore della rapidità. O forse solo per sfidare l’ultimo grande mostro d’acciaio, prima che il mito dello spostamento veloce riesca a decretarne la fine. E allora si parte sulla ferrovia più lunga del mondo, affrontando i tremendi pericoli paventati dalle guide, dagli amici o dalla cronaca russa, attraverso 11.105 km, 8 giorni, 7 fusi orari e oltre 100° di latitudine da ovest a est.

A Mosca, a Mosca! Roma, Stazione Termini: sembra impossibile che quelle rotaie uniscano Roma con Pechino, Piazza San Pietro con Piazza Tian An Men. Non siamo in molti sul vagone che due volte la settimana unisce Venezia con Mosca: alcune donne ucraine che tornano a casa, un artigiano di Treviso che cercherà di raggiungere Samarcanda, un ragazzo triestino che va a sposarsi in Ucraina e Alekseij, un ingegnere russo: sarà il nostro interprete sino a Mosca. La carrozza è malandata e i due provodnik, gli attendenti al vagone, pensano solo ai fatti propri.

La Slovenia e la Croazia scorrono nella nebbia del mattino, ma un sole radioso accoglie il convoglio quando costeggia il lago Balaton. Complice un ritardo di 5 ore, arriviamo a Budapest quando il treno per Mosca, che doveva agganciare il nostro vagone, è ormai partito. Pochi anni hanno trasformato Budapest da una bella e triste città dell’est in una vivace città dell’ovest. Il caldo è opprimente, specialmente durante la surreale notte nel deposito vagoni della stazione Keleti Pu. Nel pomeriggio si riparte, agganciati a un treno interamente russo. Alla frontiera con l’Ucraina sorgono i primi problemi: tutti gli stranieri devono scendere e raggiungere gli uffici della dogana. Fortunatamente è solo un controllo un po’ più approfondito, ma quando torniamo fuori il treno è stato avviato ai ponti sollevatori per la sostituzione dei carrelli. Per motivi di sicurezza lo scartamento dell’ex Urss è più largo di 10 cm rispetto a quello europeo. Nella notte riusciamo a fatica a ritrovare il nostro treno fra gli altri: enormi gru hanno sollevato i vagoni, i carrelli più stretti vengono sfilati, quelli più larghi alloggiati e in meno di mezz’ora il convoglio è pronto per ripartire. Assolutamente vietato fotografare. L’Ucraina visibile dai finestrini è solo campi coltivati, poi Kiev, la frontiera con la Russia e infine, con un giorno di ritardo, Mosca. Tremiladuecentoquaranta chilometri di rotaie da Roma.

Il treno dei mercanti Chi ha visto Mosca durante l’inverno rimane stupito che la città immersa in un perenne manto di neve possa esplodere dopo d’estate in tanti colori. A metà strada fra l’Europa e l’Asia, la capitale russa conserva il fascino delle descrizioni di Bulgakov, che va però diluendosi in un consumismo ostentato. Ancora binari, questa volta nelle gallerie della metropolitana moscovita, per raggiungere Komsomolskaya; nella stessa immensa piazza ci sono tre delle nove grandi stazioni di Mosca: Leningradsky, verso San Pietroburgo, l’Estonia e la Finlandia; Kazansky, verso Samarcanda e le Repubbliche dell’Asia Centrale; Jaroslavsky, la stazione di partenza della Transiberiana.

Il viaggio verso l’Oriente sta per iniziare: una folla di mongoli sta tesa sotto al tabellone dove verrà comunicato il binario di partenza. Come appare il numero scatta l’assalto al treno: i posti sono tutti prenotati, ma è fondamentale assicurarsi lo spazio per stoccare tonnellate di merce. Il treno viene infatti usato per commerciare: marmellata, scarpe, vestiti, libri, lampadari e quant’altro possa essere venduto per i prossimi 6.000 km fino alla frontiera con la Mongolia. Alla prima stazione si scatena la fiera: dal treno le mercanzie vengono offerte alla folla sulla banchina; ma anche chi sta a terra ha le sue merci da proporre: pesce secco, fragole, birra, vodka e giornali. Nei 20 minuti di sosta l’atmosfera è da suk mediorientale. Ma basta il fischio del locomotore e in un attimo il mercato si svuota: per le prossime ore tutto sarà tranquillo. A bordo la pulizia regna sovrana nonostante l’eterogeneo carico umano: due provodnik per ogni vagone passano regolarmente l’aspirapolvere e il titan, la versione ferroviaria del samovar, va a tutto vapore, fornendo acqua bollente per tè, zuppe e abluzioni.