Se qualcuno si è domandato cosa può provare un abitante di una lontana galassia piombando sulla terra, sappia che la risposta è a portata di mano o, per essere più precisi, a portata di camper. Il confine romeno è oggi un vero e proprio limite planetario per chi è abituato a muoversi con sicurezza sulle strade europee. Immaginatelo come una sottile crepa nello spazio e nel tempo, un varco oltre il quale si è colti da un comprensibile stato d’ansia. Quello stesso disagio che devono aver provato i personaggi del film ‘Pleasantville’ trovandosi proiettati di colpo nel loro passato remoto. ‘Ci muoviamo in uno di quei vecchi documentari dell’Istituto Luce sull’Italia del dopoguerra’ ci confida Enrico, alla guida del suo Ducato targato Torino, vetusta astronave nel montuoso paesaggio dei Carpazi. Certo, il contesto storico è tutt’altro che identico, ma alcune immagini riproducono in modo così fedele i racconti dei nostri nonni che è difficile accettare con immediatezza di vivere nel presente. ‘Mimetizzarsi è impossibile, camuffarsi è inutile teorizzano Giuliana e Giuseppe, camperisti di professione che con il loro mezzo girovagano per buona parte dell’anno. La loro ricetta per superare quella che chiamano ‘sindrome da viaggio nel tempo’ è abbandonare la fretta di un itinerario tracciato sulla carta, lasciarsi trasportare dagli eventi, dalle quotidiane emozioni, dai piccoli imprevisti.

Di tutto ciò la Romania è assai generosa, così come lo è il carattere dei suoi abitanti che sembrano anime senza età perse tra villaggi scolpiti nel legno e antiche chiese dipinte. Non è un caso che siano proprio le vicende umane, piuttosto che i luoghi alfabeticamente allineati sulle guide turistiche, a dare a questo viaggio il significato più profondo, a farne l’occasione per esplorare un paese partendo dalle sue tradizioni. Il camper del resto, in una realtà dove le strutture per il turismo itinerante sono spesso fatiscenti o inesistenti, ci obbliga a un approccio diretto con la popolazione locale: a ricercare e trovare quella sincera ospitalità che spesso si traduce nel tanto agognato ‘approdo sicuro’.

Punti di vista

Vivendo molto da vicino una realtà come quella dell’immigrazione clandestina, ci siamo ormai abituati a trarre conclusioni soppesando gli eventi da un unico punto di vista. Theo e sua moglie Ioana, che attendono accanto a noi di superare la dogana di Oradea, sono l’altra metà di una verità troppo spesso nascosta. La loro storia è uguale a quella di tanti che hanno lasciato una famiglia per poterne costruire un’altra. Il primo viaggio verso l’Italia, ‘terra promessa’, non lo dimenticheranno mai: ombre nell’oscurità di una sconosciuta stazione ferroviaria. Altri come loro a consolare la giovane sposa, a dirle che il bambino che teneva in grembo avrebbe avuto un futuro migliore, a consigliarla di stringere i denti. Sino a Venezia come sardine umane, strette nell’intercapedine di un vagone merci. Difficilissimi i primi tempi: ‘Non ho vergogna a dirlo, vivevamo quasi come barboni’. Poi l’incontro con una comunità diretta da un religioso, la figlia che cresce, un lavoro faticoso, ma vero. Due anni come clandestini e finalmente la sanatoria. ‘E’ la seconda volta che torno dai miei genitori, qualcuno mi racconta che le cose migliorano, ma io non riesco a vederlo’ dice Ioana. Democrazia era la parola d’ordine durante la rivoluzione del 1989. Eliminato il dittatore Ceausescu le cose sarebbero cambiate, l’economia di mercato e gli investimenti stranieri avrebbero risollevato le sorti del paese. Coca Cola a parte, così non è stato. Rimandata all’esame d’ammissione all’Unione Europea e alla Nato, la Romania fatica, nonostante l’impegno del nuovo governo Constantinescu, ad avviare quelle riforme economiche necessarie per rimettere in moto la nazione. Il vecchio apparato statale ha radici dure da estirpare e nel frattempo la gente fa la coda alla dogana, allunga qualcosa all’ufficiale di servizio e torna a casa con l’auto piena di generi alimentari acquistati in Ungheria: olio, farina, marmellata, cioccolato. Non che in Romania tutto questo non si trovi, ma la liberalizzazione dei prezzi in un paese che stenta a produrre qualsiasi cosa ha fatto lievitare i costi. Il mercato nero ne è la conseguenza, e non è facile tirare avanti con uno stipendio che a malapena raggiunge l’equivalente di 200.000 lire italiane.