La barca scivola lenta nell’intrico di canali. ‘Questa è una delle aree umide più vaste e meglio conservate d’Europa’ dice sorridendo Adrian Cacencu, che ne conosce anche gli angoli più segreti. Figlio di pescatori, durante l’estate si guadagna da vivere guidando i visitatori in questo lembo di mondo in cui il tempo sembra essersi fermato. Siamo nel Delta del Danubio, in Romania, dove il grande fiume viene a morire nel Mar Nero dopo aver percorso 2.860 chilometri, toccato dieci paesi e attraversato decine di città, pianure, valli, foreste e distese coltivate. Qui le difficoltà di accesso hanno cristallizzato, come in un vecchio fotogramma, immagini che sembrano appartenere al passato. ‘Non ci sono strade nel Delta, ogni spostamento richiede molte ore’ aggiunge Adrian, con la voce quasi coperta dallo sciabordio dell’acqua e dal gracidio delle rane che a tratti si fa assordante. Sul suo volto è disegnata una curiosa espressione, a metà tra la rassegnazione e la sfida. Da qualche giorno ci ospita nella casa della sua famiglia, a Crisan, un piccolo villaggio nel cuore del Delta. Per arrivare abbiamo impiegato un intero pomeriggio. La caotica Tulcea, con i brutti palazzi del passato regime, ci sembra lontana anni luce. Dalla città, che segna l’ultima frontiera prima dell’ingresso in questo universo di acqua, il fiume si divide in tre grossi tronconi: quello più settentrionale, il Chilia (che marca il confine con l’Ucraina), il Sulina e lo Sfintu Gheorghe. ‘E’ lungo questi tre rami principali che vive la maggior parte delle circa 15.000 persone che abitano l’area’ assicura Adrian. Se si esclude qualche antico insediamento di pescatori o qualche casa isolata, il resto è una straordinaria rete di laghi, ruscelli, paludi e canneti che si estende per almeno 240.000 ettari. Un vero e proprio scrigno di natura con tesori inimmaginabili: qui trovano un habitat ideale 315 specie di uccelli, 73 di pesci d’acqua dolce e 9 di acqua salmastra, 86 di molluschi (18 dei quali sono endemici), 2.219 di insetti tra cui 75 specie di libellule, almeno 10 di anfibi e 900 specie vegetali. Una ricchezza che ha diverse motivazioni, come ci spiega Radu Suciu, ricercatore del Danube Delta National Institute che ha sede a Tulcea: ‘Nonostante i tentativi di bonifica compiuti durante il regime comunista, il Delta è rimasto quasi inalterato per secoli. E’ ancora un mosaico di ambienti salmastri, d’acqua dolce, di banchi di sabbia con boschi planiziali e isolotti di vegetazione galleggiante, capace di ospitare una straordinaria esplosione di biodiversità’. Per questo l’area, grande due volte il Lussemburgo, è stata dichiarata zona umida di importanza internazionale dalla Convenzione di Ramsar, iscritta nella lista del patrimonio dell’umanità dall’Unesco e riconosciuta come riserva della biosfera (580.000 ettari). Il simbolo del Delta è il pellicano (circa 2.500 le coppie di pellicani bianchi, solo poche decine quelle dell’esemplare riccio), forse la specie più conosciuta e ammirata delle 173 che compongono l’avifauna nidificante. Cormorani, marangoni minori (qui ne vive oltre il 60% della popolazione mondiale), garzette, aironi rossi, spatole, aironi bianchi maggiori, nitticore e svassi collorosso si vedono un po’ ovunque. Altre specie più rare e globalmente minacciate come l’aquila di mare, il mignattaio, la casarca, il chiurlottello, la cannaiola di Jerdon e il gobbo rugginoso trovano in questo luogo uno degli ultimi rifugi. D’inverno, poi, nei laghi sverna una popolazione innumerevole di uccelli: oche lombardelle e collorosso, codoni, marzaiole, fischioni, mestoloni, fistioni turchi, morette tabaccate, quattrocchi e pesciaiole. Per non parlare di ciò che si può incontrare durante il passo, visto che il Delta si trova sulla principale rotta migratoria europea, quella del Bosforo. Ma la sensazione è che si faccia troppo poco per preservare un patrimonio così prezioso. ‘Questo è un luogo dove la gente ha sempre vissuto e ha diritto di continuare a farlo’ chiarisce Radu Suciu. Per questo motivo la riserva della biosfera è divisa in tre aree e solo il 9% del territorio è strettamente protetto: circa 50.000 ettari ripartiti in 18 piccole riserve naturali in cui è consentito l’accesso con speciali permessi. La parte restante è invece suddivisa in due zone, quella di transizione e quella di sfruttamento economico. ‘In queste ultime sono proibite attività che possano danneggiare irreversibilmente l’ambiente, ma sono consentiti l’allevamento, il taglio delle canne palustri, la pesca e la caccia’ conclude il nostro interlocutore. La protezione, in realtà, è ridotta al minimo e le minacce alla conservazione del Delta non mancano: l’inquinamento delle acque del Danubio, con alte percentuali di pesticidi tossici, fertilizzanti, scarichi fognari e industriali raccolti nel suo percorso, mettono a rischio la vita selvatica e l’intero ecosistema. Per giunta, dai paesi più ricchi d’Europa (Italia compresa) i cacciatori vengono fin qui per far strage di uccelli; basta navigare su Internet per rendersi conto che l’offerta per questo genere di turismo è superiore a quella naturalistica. E’ una delle tante contraddizioni di questo paese, il segno di una sensibilità ambientale che tarda a maturare. Lo si percepisce anche sul ferry boat che ogni giorno fa la spola lungo il canale di Sulina: all’interno, dove si accalcano contadini e pescatori diretti a Tulcea, ristagna una spessa nube di fumo di sigarette, mentre dal ponte ogni tanto qualcuno lancia bottiglie vuote di plastica nelle acque torbide del Danubio, nonostante un capiente cestino sia in bella vista poco distante. Quando ci accorgeremo che tutto doveva essere diverso, sarà forse troppo tardi.