L’inverno, nelle campagne a nord di Varsavia, può essere davvero lungo. Ancora a fine marzo la terra è stretta nella morsa del ghiaccio e della neve; le attività agricole vanno a ritmo lento, la gente si ritrova a cena davanti a una zuppa fumante di bietole rosse (il barsz) a parlare della stagione trascorsa mentre i bambini, stanchi di scorrazzare sugli slittini, cantano inneggiando alla bella stagione Idzie wiosna, idzie (vieni primavera, vieni). Nel villaggio di Lyse, più o meno a 200 chilometri dalla capitale nella piccola regione di Kurpie (una terra di piasku i lasku, sabbioni e forestacce, come dicono gli stessi abitanti con un pizzico di rassegnazione), l’attesa della primavera è carica di emozione. E qui il sacro e il profano si mescolano mirabilmente nella tanto sospirata festa della Domenica delle Palme, oggi la celebrazione pasquale più rinomata della Polonia. Ovunque – in ogni salotto, aula o fienile – si lavora per preparare una palma, utilizzando i semplici materiali che si trovano nei boschi circostanti. Come l’alberello che ne costituisce l’anima (un pino o, più raramente, un nocciolo), che viene tagliato e scortecciato dalle donne in un momento di luna crescente, lasciando intatti gli ultimi due o tre ramoscelli della cima; o le fronde di arbusti sempreverdi che lo rivestiranno, mirtillo, tasso, ginepro oppure bosso, assicurate intorno al tronco nudo con uno spago di rafia. Le decorazioni finali sono di semplice, economica carta crespa: decine e a volte centinaia di fiori multicolori (prevalgono il bianco e il viola) la cui elaborata preparazione si è protratta per tutta la Quaresima. Completano la palma lunghi nastri, anch’essi di carta: appesi alla cima sventolano nell’aria come a voler lasciare scie di colore nel cielo ancora grigio dell’ultimo inverno. E’ un rituale antico che alla festa cristiana mescola elementi pagani di remota origine legati ai temi della fertilità e richiama alla mente il mito di Cibele e Attis, nel corso del quale si usava avvolgere una ghirlanda di viole (i fiori sbocciati dal sangue di Attis) intorno all’albero sacro (appunto un pino sempreverde) posto nel tempio di Cibele. Ed eccoci al giorno della festa. Mentre le campane richiamano i fedeli alla Messa, le lunghe palme – trasportate fino alla chiesa con i mezzi più disparati, a spalla, con i trattori, sui portapacchi delle auto – vengono disposte tutt’intorno alle tre navate e nell’abside, finchè c’è posto; mentre quelle che restano fuori vengono appoggiate a una rastrelliera che le mantiene diritte. Tra quelle più grandi, alte almeno cinque metri (che partecipano a un concorso la cui istituzione permise, alla fine degli anni Sessanta, di salvare da una lenta ma inevitabile scomparsa questa tradizione che affonda le radici nei secoli scorsi), e quelle piccole, con la stessa forma e struttura ma alte al massimo un metro, ogni anno ne vengono confezionate oltre un migliaio. Tutti tengono in mano una palma di piccole dimensioni, come il rametto d’ulivo che si usa in Italia. Molti indossano il costume tradizionale locale: un variopinto corpetto impreziosito di perline per le donne, un sobrio vestito di panno color nocciola scuro per gli uomini. La Messa, officiata per l’occasione dal vescovo, ha inizio: dopo la predica e la benedizione delle palme, quelle grandi e pesanti vengono prese in carico dai robusti vigili del fuoco del paese (in alta uniforme blu), trasportate fuori dalla chiesa e disposte a formare un corridoio davanti al portale. La folla si schiera ai lati; il vescovo, in veste purpurea, raggiunge il sagrato e, seguito da uno stuolo di giovani sacerdoti e chierichetti che spargono intorno incenso profumato, percorre con solennità il corridoio benedicendo la gente e le piccole palme sventolanti e dando il via alla lenta processione per le vie del villaggio. Prima del rientro in chiesa, si festeggia con un simbolico girotondo multicolore la primavera che arriva. Al termine della Messa, inizia la fase più pagana della festa: mentre le palme che partecipano al concorso annuale vengono nuovamente esposte al pubblico nella rastrelliera prospiciente la chiesa per la valutazione della giuria (che voterà la più bella in base all’elaborazione delle decorazioni e all’armonia della fattura), la folla si sposta nell’antistante piazzale della Casa della Cultura, eredità del periodo comunista. Tra bancarelle di dolci e semplice artigianato locale, viene offerta agli astanti una calda e provvidenziale zuppa di funghi, patate e salsiccia, mentre sopra un palco si esibiscono i ragazzi del gruppo folkloristico di Lyse che indossano il costume tradizionale. Nell’allegra confusione della festa popolare, solo le telecamere e i microfoni dei giornalisti che spuntano tra la folla ci fanno ricordare che, almeno per un giorno, questo piccolo e anonimo villaggio polacco sale alla ribalta delle cronache nazionali e internazionali. E il tripudio cresce, fino a quando il portavoce della giuria annuncia a gran voce la palma vincitrice del concorso. E’ il segnale di chiusura della festa: ora la gente può iniziare, pian piano, a fare ritorno a casa, sapendo che un altro grigio inverno è ormai trascorso e che tra breve ritorneranno le cicogne, la primavera tiepida e una nuova stagione di raccolti.