Torniamo volentieri alle Egadi da quando ce ne invaghimmo vent’anni fa. C’eravamo di nuovo lo scorso ottobre, forse i soli italiani in camper tra i pochi ospiti in maggioranza stranieri, e vi abbiamo riscontrato un preoccupante scadimento rispetto alla visita precedente, nel 1999. Soprattutto a Favignana che sapevamo reduce da un assalto estivo di 50.000 bagnanti, dieci volte tanto la popolazione residente. Si vedeva che l’isola doveva ancora riaversi dallo shock, ma al tempo stesso era evidente anche che stava preparandosi a fronteggiare il prossimo nel modo sbagliato: ovunque si costruiva a pieno ritmo, come se servisse adeguare il numero dei posti letto e non piuttosto la compatibilità del contesto. Il mostro urbanistico di Punta Fanfalo (l’ex villaggio-vacanze Gassman, già fallito per suoi meriti ma ora in via di rilancio) mostrava tra le gru un pesante aumento della cubatura originaria. Non da meno l’altro villaggio esclusivo dell’approdo di Ulisse, prossimo a riversare i suoi clienti anche sulla vicinissima e pregevole Cala Rotonda (nel frattempo depennata dalla segnaletica stradale e collegata da un improbabile tratto di asfalto sommerso dalla vegetazione). A conferma di una strategia puramente alberghiera e di iniziativa privata colpiva il generale clima di lassismo: sporcizia diffusa, assenza di banali manutenzioni, viabilità disordinata, servizi generali disattivati… A fare da contrasto, invece, l’impiego allegro di denaro pubblico: soprattutto in due casi analoghi, a Favignana e a Marettimo, dove con i fondi europei sono stati lastricati e illuminati i percorsi di accesso rispettivamente al castello di Santa Caterina e a quello di Punta Troia. Soldi buttati, perchè i due camminamenti resi così più invitanti conducono davanti a due cartelli che vietano la visita delle rocche per motivi di incolumità pubblica. Di fatto le due mete non hanno beneficiato neppure di un euro e versano in uno stato d’incuria vergognoso. Eppure, oltre a mostrarsi come edifici di grande fascino, rappresentano pezzi di storia non trascurabili. Al forte di Santa Caterina salì lo stesso Garibaldi, ancor prima di sbarcare a Marsala con i Mille, per liberarvi i prigionieri politici dei Borboni (un episodio quasi del tutto ignorato dai testi scolastici). E nel castello aragonese di Punta Troia fu imprigionato tra gli altri il generale carbonaro Guglielmo Pepe. Non basta: se al calar della sera i lampioni disegnano suggestive passeggiate virtuali, è alla luce del giorno che appaiono le reali magagne. Per salire al Santa Caterina bisogna prima oltrepassare un altro illustre reperto abbandonato a sè stesso, il complesso dello stabilimento Florio dove si lavorava il pescato delle tonnare che ancora aspetta uno dei tanti progetti di valorizzazione promessi da un decennio. E poi bisogna pregare che non piova, perchè la forte pendenza rende il lastricato pericoloso, specie in discesa. Per salire ai ruderi di Punta Troia il percorso è più agevole, ma è chiaramente riservato a chi ci arriva in barca con le gite organizzate (e sono i più). Chi invece ci arriva a piedi da Marettimo, dopo circa un’ora di una delle escursioni in assoluto più belle del Mediterraneo, scopre che tutto il sentiero è stato massacrato per interrarvi l’elettrodotto di quei preziosi lampioni (in più punti però rimasto scoperto), lasciandovi staccionate divelte o malferme, frane e scarti di cantiere. Privatizzazione e indifferenza penalizzano anche altri tesori dell’arcipelago. Come le cave storiche di Favignana, alcune delle quali di origine preromana ed estese per chilometri, che potrebbero comporre un eccezionale parco ipogeo, ma che non vengono degnate di nessuna attenzione ufficiale. Così come gli ultimi tipi edilizi e i moduli costruttivi tradizionali ormai sacrificati al prèt-à-porter delle villette; o il faro di Punta Libeccio a Marettimo, dismesso da anni (e automatizzato con un impianto di pannelli solari) che, secondo un’indiscrezione del Giornale di Sicilia, ha persino rischiato di essere assegnato alla Comunità di San Patrignano per iniziativa del ministro Moratti. O come un’altra testimonianza di archeologia industriale (e di buona architettura): il Baglio Florio di Levanzo, nato quale fattoria modello e ora in mano a privati che non sanno più cosa farne. In questo quadro, gli unici a sapere cosa fare e a impegnarsi per la salvaguardia quantomeno del suolo sembrano i responsabili del Corpo Forestale che provvedono a recintare e ad attrezzare aree da picnic, tabellare sentieri, curare sottoboschi e piantumazioni, contrastare il bracconaggio. Una benedizione, se solo fosse meglio assecondata dai locali, quantomeno con le informazioni e le segnaletiche di contorno. Se a Marettimo si trova (ma non sempre) una carta dei sentieri, a Favignana e a Levanzo no: si va a naso o ci si fa accompagnare. Quando, fuoristagione ad esempio, non c’è l’assembramento di auto e scooter sullo sterrato di accesso, nient’altro indica a Favignana l’esistenza di Cala Rossa, che pure è considerata un must dell’isola. Idem per il fiore all’occhiello di Levanzo, la grotta istoriata del Genovese, che può essere raggiunta dal paese anche a piedi (non solo in barca o sulla jeep del custode incaricato), ma nessuna insegna dice come e dove. Nel dubbio di aver visto male abbiamo cercato informazioni utili consultando il sito ufficiale delle Egadi (www.egadi.com): ma a meno che non sia stato integrato in questi giorni, anche le sue indicazioni si limitano ai posti letto, alle attività commerciali e ai servizi stagionali, oppure sono vecchie di anni (tra gli artisti residenti, tanto per chiarire, figura ancora Zu Sarinu, scomparso nel 1998, e non invece Antonino Campo); mentre le pagine relative alle escursioni e all’ambiente in generale (riserva marina inclusa) sono date “in lavorazione”. Peccato, e alla prossima. Ma grazie lo stesso.