Ogni volta che i miei itinerari hanno attraversato Monaco di Baviera (vedi PleinAir n. 276/277 e 291) inevitabile è stato l’accenno alla presenza in quella città di una ‘ragazza’ che risponde al nome abbastanza insolito di Dàrte (è originaria del nord della Germania). E ritengo finalmente giunta l’occasione di presentarla ai nostri lettori trattandosi, a mio parere, di un personaggio abbastanza significativo, se non altro per la sua disponibilità a girare il mondo – dalla Giordania alla Thailandia, dalla Birmania agli Stati Uniti alla Cina, per non parlare dell’Europa – quasi sempre da sola e con ogni mezzo, anche in bici, traendone ogni volta notevoli e soprattutto originali fotografie. Pioniera dell’abitar viaggiando (ma mai, che mi risulti, con un vero e proprio camper, piuttosto qualche vecchio furgone), Dàrte fu la prima in assoluto a farmi pensare come si potesse dormire in automobile: quando rientrava a notte tarda, ad evitare colpi di sonno accostava la sua vecchia Lloyd 600 (un furgoncino poco più grande della nostra 500 Giardinetta) e andava a stendersi nei sedili posteriori. La conobbi che vendeva i suoi ingrandimenti in bianco e nero al mercatino serale, oggi scomparso, sulla mitica Leopoldstrasse di Monaco; dopodichè l’hobby divenne professione, da reporter a tecnico di laboratorio in una clinica. Dàrte vive da anni in una rimessa per attrezzi trasformata in miniappartamento, invisibile dietro un palazzo di periferia: una caravan di mattoni ormeggiata in fondo a un giardino, con tanti oggetti colorati appesi all’esterno, quasi fosse una casina delle fate. Gli spazi, già limitati, devono poi tener conto di un’enorme batteria che occupa metà di una delle due stanze: a un certo punto della sua esistenza Dàrte ha scoperto la passione per questo strumento, ha imparato a suonarlo (dice che la rilassa, specie sapendo che può sfogarsi nella sua cellula abitativa senza confinanti, proprio come quel tale che si fece ricavare all’interno del camper il posto per una pianola!) ed è giunta a prodursi in concerto con un complessino di Monaco, i 5 Finger Breit, oggi disciolto, ma non prima di essere riuscito a incidere un disco. La cosa non è passata inosservata in una città di fermenti come il capoluogo bavarese, dove il prestigioso quotidiano Sùddeutsche Zeitung uscì con un articolo che riportava l’episodio in cui Dàrte stivò nella macchina piatti, tamburi e rullante e partì per la Svezia, avendo avuto il desiderio di suonare in completa solitudine su uno scoglio del Mar Baltico. Poi, anche se non c’entrava nulla con la batteria, raccontava dell’altra sua passione, la barca a vela, concretizzatasi in un cabinato di nome Anyatha e in un equipaggio di sole due donne. Piace anche a me concludere con un ricordo legato a quest’imbarcazione, la stessa che, estate dopo estate, torna a solcare l’Adriatico (ma una volta anche il Mare del Nord) condotta da Anke e Dàrte. ‘Lo skipper è Anke – ama comunque precisare la nostra amica – io sono soltanto il mozzo’. In anni ormai lontani, con il gommone e la tendina io e un amico volevamo navigare la costa adriatica orientale d’isola in isola, dalle Kornati a Hvar: l’intento era di raggiungere Dubrovnik, ma il motore ci tradì a metà strada e così dovemmo mestamente rientrare alla base. Un terzo componente in quell’impresa avrebbe dovuto essere proprio Dàrte, che dapprima accettò il singolare invito, poi diede forfait e non si presentò all’appuntamento di Zara. Anni dopo, ma come marinaio di terra, mi ritrovo sugli stessi moli con un altro appuntamento, e questa volta Dàrte arriva puntuale insieme ad Anke (che finalmente conosco di persona: una simpaticissima signora che, si compiace di raccontare, fu contagiata dalla passione accompagnando il figlio di 8 anni a scuola di vela). Giunge su un potente fuoristrada trainando un rimorchio con sopra il cabinato, un Neptun 22, per la precisione; e stavolta sono loro a salpare per la costa dalmata, puntando le vele proprio verso Dubrovnik che a due uomini col motore non riuscì di raggiungere.