La scoperta è una delle motivazioni principali di una vacanza itinerante, e la scelta dei luoghi si indirizza spontaneamente sulle terre più lontane: cosicchè molti italiani conoscono la Turchia, il Portogallo o la Lituania ma ignorano come siano fatte intere regioni del nostro paese. Tra queste c’è senz’altro il Molise, che molti assimilano ancora all’Abruzzo e non sanno neppure localizzare correttamente sulla carta geografica. Si tratta in effetti di una terra dimenticata – non solo dal turismo – e forse proprio per questo conservata più che altre nelle sue caratteristiche naturali e culturali. Difficilmente qui si troveranno un’area naturale degradata o un paese deturpato da palazzoni tipici della periferia urbana: al contrario, il manto verde presenta una bellezza diffusa e continua e la gran parte dei paesi, pur non annoverando monumenti di particolare rilievo, si presenta linda, ordinata, compatta e gradevole. Un ambiente del genere è un patrimonio prezioso ma di non facile fruizione per il turismo “di consumo” prevalente: ciò vale anche per il pleinair, che per potersi sviluppare adeguatamente in un simile contesto avrebbe bisogno di investimenti mirati. Quelli meritevolmente orientati alla conservazione, per esempio, ancora non producono: le numerose riserve naturali, molto ben curate e gestite, hanno come sola clientela le gite scolastiche o il picnic domenicale, attività che rappresentano per l’economia e l’ambiente più un costo che un reddito. Si genera così un circolo vizioso: i turisti non arrivano per mancanza di proposte e investimenti, e proposte e investimenti non si sviluppano perchè i turisti non si vedono. Intanto, il Molise giace intatto come una bella addormentata in attesa di un principe azzurro che la risvegli e la porti a vivere come merita. Sarà proprio il pleinair ad esercitare questa funzione? Basterebbe seguire alcune semplici raccomandazioni: innanzitutto venire qui nel periodo giusto, non in agosto quando la clientela locale è numerosa (e spesso straripante la domenica) e i prati ingialliscono, ma nel pieno della primavera, quando i prati sono fioriti e la natura si presenta nella sua veste migliore. In secondo luogo non guardare e passare ma soffermarsi, centellinare paesaggi intatti e di grande amenità ma spesso muti, che non suggeriscono con immediatezza cosa fare. Perchè è proprio questo il più forte valore educativo di una vacanza in questa regione per molti versi unica: ritrovare i ritmi di convivenza con la natura studiando anche quale rapporto si sia instaurato tra la gente del luogo e l’ambiente circostante. E’ ciò che vi proponiamo in quest’ampia esplorazione dell’intero Molise, con alcune iniziative che rendono il quadro ancora più interessante.

Ai confini del parco L’estremità meridionale del parco d’Abruzzo ricade parzialmente in territorio molisano e presenta, proprio lungo il confine tra le due regioni, un’area di grande interesse escursionistico. Ma di attrattiva forse ancora maggiore è quella adiacente, racchiusa in un piccolo anello che riserva molteplici occasioni per un soggiorno breve e vario: un laghetto delizioso con varie posizioni di sosta, un’antica abbazia e una serie di paesi che si segnalano in special modo per il suggestivo contesto paesaggistico. Tutti elementi che non hanno ancora sviluppato le loro potenzialità, presentando tuttavia un livello di fruibilità spontanea che non necessita di particolari strutture per garantire una visita breve ma di grande soddisfazione. La via più naturale di accesso al Molise per i tanti turisti che percorrono l’Autosole è l’uscita di San Vittore. Proseguendo in direzione di Isernia si supera Venafro – dove il percorso attraversa obbligatoriamente la parte nuova e può costringere a qualche coda causa semafori – e si procede fino al bivio per Roccaraso: imboccata questa via (la statale 158), in poco meno di una ventina di chilometri si raggiunge il bivio per Castel San Vincenzo e per la vicina abbazia. Colpisce subito la bellezza del panorama, dominato dalle sagome imponenti dei Monti della Meta e delle Mainarde, estremità sud-occidentale del Parco Nazionale d’Abruzzo (oggi ribattezzato più propriamente Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise). L’ambiente invita a scegliere un bel punto per sostare e gustare la pace e l’amenità della natura circostante: non c’è che l’imbarazzo della scelta e il primo posto che si trova – adattissimo anche alla sosta notturna – è proprio l’abbazia di San Vincenzo al Volturno. Si tratta di due corpi di fabbrica di diversa natura, anche se di unica origine: i resti di un antico e fiorente centro monastico risalente all’VIII secolo, ancora soggetti a scavi che li portino completamente alla luce, e la chiesa del Duecento, ancora viva e funzionante. Si può parcheggiare comodamente poco prima dell’ingresso alla chiesa in un ampio spazio verde, panoramico sulle montagne che fanno da cornice al paese di Castel San Vincenzo in cima a un colle. Il grazioso abitato offre a sua volta una splendida vista sui rilievi e sul lago sottostante ma, come quasi sempre accade nell’Appennino meridionale, è in via di spopolamento, con soli 600 abitanti perlopiù anziani. D’estate si anima come centro di villeggiatura, ma le iniziative poste in essere (in particolare un valido trekking equestre) appaiono ancora ben lontane dall’obiettivo di sfruttarne appieno le potenzialità. Ciononostante, non è difficile trascorrere piacevolmente il tempo a contatto con la natura: scendendo sul lago e costeggiandolo sulla sponda settentrionale si trovano quasi subito una bella area attrezzata con parcheggio, spazio picnic, campo sportivo e una spiaggetta dove in piena stagione si possono affittare imbarcazioni; ma anche al di fuori dei mesi più caldi si può accedere alla riva e bagnarsi (sempre nei limiti validi per tutti i bacini artificiali). Se invece si scende sulla diga, la si attraversa e si imbocca lo sterrato che costeggia il lago dal lato opposto, si incontrano un bel ristorante e la possibilità di circumnavigare il lago sia a piedi che in mountain bike, oltre a quella di un bel tuffo in acque pulite e per nulla fredde. Proseguendo in senso antiorario attorno al lago e lasciandoselo alle spalle si giunge a Scapoli, noto per il suo Museo della Zampogna, e subito dopo si incontra un bivio poco visibile sulla sinistra in direzione di Padulo; dopo alcune strettoie il panorama si apre improvvisamente in una grande spianata nella quale giace il paese di Rocchetta Nuova, ben fornito e dotato di ampi spazi di parcheggio. Poco distante, sulla cima di un cocuzzolo, l’antico borgo di Rocchetta Alta è in posizione tale da invitare irresistibilmente a visitarlo: malgrado le apparenze è facile salirvi in camper e parcheggiare quasi in cima. Le vecchie case sono in gran parte abbandonate e parzialmente in via di ristrutturazione, ma anche così offrono un quadro davvero notevole, soprattutto per i panorami che si possono gustare arrampicandosi per le viuzze fino alla rocca che domina il tutto. Tornati a Rocchetta Nuova si può chiudere il giro percorrendo una stradina che conduce alla ben segnalata sorgente del Volturno e poi ancora all’abbazia, ma si nota anche una pista ciclabile che affianca la strada e può offrire un piacevole diversivo. La sorgente è assai amena (ben visibile ma non accessibile, perchè utilizzata come preziosa riserva idrica) e il sito circostante è ampio, tranquillo, con una copiosa fontana e un’occasione di sosta e pernottamento a tutta natura. Una bella passeggiata si può effettuare lungo il primo tratto del fiume lungo la via vicinale del Volturno, che corre sulla riva opposta all’asfalto. Chiuso così il giro si torna sulla 158, ma prima di imboccare lo svincolo per la fondovalle del Sangro (la statale 652) può valere la pena arrampicarsi nel borgo di Cerro al Volturno fino al castello. Dopo di che si arriva velocemente al bivio di Ateleta, dal quale ci dirigeremo verso un’area dalle caratteristiche affatto diverse.

Fra peschi e tratturi L’Alto Molise è zona di pastori: un mare di verde dal quale spunta ogni tanto qualche pesco o peschio (spuntone roccioso isolato, intorno al quale sono spesso abbarbicati suggestivi paesi) solcato dai tratturi lungo i quali si svolgevano le transumanze. Si tratta di una zona dal clima spesso duro dove la neve può cadere abbondante e persistente, il che ha consentito lo sviluppo di uno dei comprensori per lo sci di fondo meglio gestiti del centro-sud; nè mancano resti importanti delle civiltà preromane e romane, come pure alcune aree protette ben gestite. Ci sarebbero dunque tutti gli elementi per farne un’area di interesse primario per un turismo compatibile con l’ambiente come il pleinair: ma il rapporto con una natura così tipica e diversa – e così pervasiva rispetto agli altri interessi turistici – non è facile, così com’è oggettivamente difficile farne un’attività che crei benessere per le popolazioni, spesso ingiustamente accusate di inerzia. Qui, nel tracciare un percorso di visita, suggeriamo anche qualche proposta che possa innescare un circolo virtuoso nell’interesse di tutti. Lasciata la fondovalle ad Ateleta, attraverso Castel del Giudice si giunge in poco più di 15 chilometri a Pescopennataro, un paesino a oltre 1.000 metri di altitudine che si segnala per essere senza dubbio il più spettacolare dei centri arroccati intorno ai peschi. Una serie di scalette e camminamenti permette di salire nei punti più suggestivi e ammirare l’insieme, grazioso e ben tenuto, sotto diversi punti di vista; tuttavia, come accade non di rado in questa regione, le attività promozionali sono praticamente inesistenti e per ogni necessità occorre riferirsi alla vicina Capracotta. Lungo la strada che porta a questo centro si incontra l’area delle sorgenti del Rio Verde, molto ben attrezzata ma preda del turismo domenicale di consumo, mentre sarebbe molto più ricca, appropriata ed educativa una fruizione discreta a base di silenzio, escursioni e osservazione della natura. Da qui si sale in breve ai 1.500 metri di Prato Gentile, località che si segnala soprattutto nella sua veste invernale per le belle piste di fondo, splendidamente curate anche con poca neve; nella stagione calda sono peraltro disponibili spazi di parcheggio ampi, tranquilli e panoramici per una sosta di tutto riposo tra i prati fioriti e i boschi, ai piedi delle montagne più alte della zona (domina il Monte Campo con i suoi 1.746 metri). Capracotta offre ogni servizio, compresa un’area di sosta che però d’inverno risulta spesso inagibile a causa della neve. Non conviene invece seguire le insegne per un fantomatico parco fluviale che si rivela lontano, decisamente scomodo da raggiungere e in preda all’abbandono e al degrado; è utile, durante la tarda primavera e l’inizio dell’estate, la seggiovia del Monte Capraro che funziona solo nei mesi invernali.