A primavera, nelle strette stradine del centro storico di Tropea che si aprono su piazzette e balconi affacciati a mare, di turisti ce ne sono ancora pochi: e quei pochi sono perlopiù emigranti tornati nel loro paese d’origine per assistere ai tradizionali festeggiamenti che si tengono in questo periodo. Il 3 maggio, infatti, si ricordano due episodi legati alla religiosità e alla storia di questa cittadina, il cui pittoresco abitato proteso nel Tirreno pare quasi un’isoletta. Nel 1875 un violento uragano distrusse una piccola chiesa sul cui altare si trovavano tre croci, alle quali i borghigiani erano molto devoti. Dopo averle fortunosamente recuperate, vennero collocate in un’edicola appositamente costruita e adornata con un altarino ricoperto da fiori freschi che da quel momento divenne il centro degli annuali festeggiamenti: tripudio di folla, bande musicali, accensione di fuochi d’artificio e di un grande falò. Ma anche le tradizioni più radicate mutano col passare del tempo, perdendo quelle caratteristiche strettamente legate ai costumi dell’epoca, e oggi non si vedono più grandi drappi colorati esposti alle finestre, ragazzi che fanno a gara per procurarsi la legna da ardere, palloncini colorati da accendere al calar della sera, nè quel rito magico che vedeva i più ardimentosi saltare la pira infuocata cercando di non bruciarsi o i poveri che, allo spegnimento del falò, raccoglievano i carboni ancora accesi da portare a casa. E’ però sopravvissuto il nucleo centrale della festa, che conserva un’attiva partecipazione ad alcune gare alle quali ci si iscrive liberamente. Nel primo pomeriggio, in Via Umberto I una folla di spettatori attornia coloro che si cimenteranno nelle varie competizioni: la rottura a occhi bendati della pignata d’argilla appesa a una fune, la corsa in salita tenendo fra i denti un cucchiaio con sopra un uovo, la corsa nei sacchi e quella, senz’altro più tipica, della pasta piccante, nella quale i concorrenti allineati su un palco con le mani legate dietro la schiena devono mangiare, nel minor tempo possibile, un piatto di spaghetti condito fino all’inverosimile con il rosso diavolillo. Di tutt’altro genere è la concomitante sagra del cammello, legata all’epoca delle invasioni saracene quando gli arabi, sbarcati dalle loro navi, conquistarono la città. Alla ricca Tropea vennero imposti dei tributi riscossi da un esattore che percorreva le strade cittadine appunto a dorso di un cammello. La successiva e definitiva cacciata degli invasori da parte dei Normanni divenne un evento da ricordare nel tempo, e le navi e il gibboso quadrupede – i due simboli della potenza saracena – furono fatti oggetto di scherno. Due grandi vascelli di carta velina colorata appesi tra i balconi (li avevamo già notati nella mattinata, quando sembravano solo un ornamento) al sopraggiungere del buio calamitano l’attenzione del pubblico in uno dei due momenti più spettacolari della manifestazione che si svolge anch’essa, non a caso, in Via Umberto I che in occasione dello sbarco fu scelta dagli invasori poichè era il luogo meno protetto dell’abitato. Con un accendino (in passato si usava una colombina pirotecnica) si dà fuoco alla lunga miccia pendente da uno dei due fragili vascelli, ed ecco che in sequenza si accendono petardi, razzi e bengala investendo man mano tutta la struttura della galera fino a farla esplodere, ormai avvolta dalle fiamme, con un gran botto finale. Stessa sorte tocca al secondo veliero, posto più in basso sulla strada: e ogni volta la gente, che ai primi scoppi si era allontanata, torna a fare capannello sotto la struttura, affascinata dal crepitio del rogo e dal fragore delle esplosioni.