Ai piedi dell’Aspromonte, nella stretta fascia costiera che va da Villa San Giovanni alle porte di Reggio Calabria, Brancaleone e oltre, qui e soltanto qui il bergamotto cresce con risultati eccellenti, profumato come mai. In particolare, il centro della produzione per quantità e soprattutto qualità si trova nel territorio di Melito di Porto Salvo, una distesa di abitazioni proprio in riva al mare, interrotta qua e là dalle chiazze verdi degli agrumeti. Oltre che l’indiscussa ‘capitale’ del bergamotto, Melito è pure la cittadina dove per due volte sbarcò Garibaldi, nel 1860 e nel ’62, rispettivamente per affrancare la Calabria dalla dominazione borbonica e per tentare una spedizione su Roma (invece fu ferito in Aspromonte e l’operazione sfumò). Nell’immediato entroterra di Melito merita un’escursione anche il pittoresco paesino abbandonato di Pentedattilo, alla base di una rupe rocciosa dalla forma che ricorda per l’appunto quella di una mano.Parente stretto dei più noti arancio e limone, il bergamotto è un agrume dai frutti arrotondati e gialli e i fiori bianchi, dall’intenso profumo. Non ha nulla a che fare con il nome Bergamo: c’entra piuttosto Berga, città spagnola, da cui sembra che la pianta sia stata importata nel ‘400. Nel ‘600 alcune cronache ne riportano la presenza nel Napoletano: padre Juan Ferrari rinvenne alcune piante nel giardino dei conti di Nola, presso il capoluogo partenopeo. Ma è nel ‘700 che il bergamotto trova definitiva diffusione, affermandosi come profumo dell’acqua di Colonia. Un certo signor Gian Paolo Feminis, abitante di Colonia in Germania ma di chiare origini italiane e anzi calabresi, ne mescolò l’essenza con fiori d’arancio, estratti di lavanda e rosmarino, olio di cedro e limone, con un risultato assai indovinato che incontrò grande favore e si impose col tempo come uno dei profumi più apprezzati e diffusi. La produzione si è andata da allora estendendo fino agli anni Sessanta, raggiungendo quasi i quattromila ettari di coltivi; poi la sintesi dell’essenza, raggiunta con procedimenti chimici e costi più bassi (ma anche risultati più scadenti), ha provocato una crisi che tuttora i coltivatori stentano a superare. Oggi gli ettari coltivati a bergamotto sono 1500-1700, su terreno rigorosamente ad acidità neutra perchè questo agrume, al contrario dell’arancio, non tollera variazioni di pH. La produzione è di circa centomila chili all’anno, contro i duecentocinquantamila degli anni Sessanta. E’ pure in atto la conversione ai metodi dell’agricoltura biologica, grazie alle sovvenzioni della Comunità Europea (i contributi sono pari a un milione e settecentomila lire a ettaro), per eliminare i trattamenti con prodotti chimici e migliorare ulteriormente la qualità del prodotto. Si pensi che per produrre un chilogrammo di essenza ci vogliono due quintali di frutti! Oltre che per l’industria cosmetica, il bergamotto viene utilizzato per molti altri scopi. Il succo, ad esempio, miscelato col pompelmo viene usato nella preparazione delle aranciate amare. La polpa serve come mangime per gli animali, oppure tritata e seccata viene esportata in Nordeuropa dove ne ricavano la pectina, una gelatina utilizzata nei prodotti in scatola. E poi c’è il liquore, ottimo digestivo, naturalmente profumatissimo. C’è chi ci ha puntato tutto, come l’azienda agrituristica “Spina Santa” dei fratelli Autelitano a Bova Marina. In queste settimane di marzo si sta ultimando la raccolta dei frutti, iniziata a novembre, e dopo la sbucciatura il prodotto finale sarà proprio quel nettare dal retrogusto amaro e il penetrante aroma che qui chiamano Bergaspina. Chi si affretta, dunque, parteciperà alla stagione più bella. Quaggiù marzo ha un tepore quasi africano e l’inverno ha soltanto l’immagine di gelo e nebbia che vi portate da casa.