Le comunità albanesi si insediarono sul territorio italiano in varie ondate ad iniziare dal 1200. Ripresero nel 1468 quando, dopo la morte dell’eroe Giorgio Castriota Skanderbeg, che per oltre vent’anni era riuscito ad ostacolare la minaccia dell’Islam, l’Albania divenne provincia turca. L’esodo vide quasi trecentomila albanesi in cerca di una patria nella quale vivere in libertà conservando la propria religione e le proprie abitudini sociali. Varcarono l’Adriatico e la maggior parte di loro trovò possibilità di un rifugio in Calabria dove contribuì, col proprio lavoro, a risollevare la disastrata economia agricola della regione. Ed è per ricordare una vittoria del condottiero Skanderbeg che, ogni anno, il martedì di Pasqua, i centri albanesi s’infiammano di balli e canti in costume, le Valljel. Piccoli gruppi di donne e uomini, tenendosi per mano, formano un semicerchio, dando inizio alle danze accompagnate dai loro canti. Ad un tratto, con movimento fulmineo, il semicerchio si chiude intorno ad un ignaro spettatore. Per ottenere la libertà il ‘prigioniero’ dovrà pagare un simbolico riscatto costituito da consumazioni al bar. La danza mima gli stratagemmi usati da Skanderbeg contro i turchi, improntati evidentemente a fulminei attacchi e veloci ritirate. Originariamente i festeggiamenti interessavano tutto il periodo di Pasqua, ma in seguito ad una visita pastorale del vescovo di Venosa furono proibiti perchè giudicati irriverenti. La Vallje continua però a rappresentare un’occasione d’incontro fra le comunità arbresh che si danno convegno a Civita e nella vicinissima Frascineto. I costumi tradizionali delle donne rappresentano un importante elemento nella scenografia generale: data la loro preziosità, spesso sono tramandati di madre in figlia come una parte del patrimonio familiare. Una bianca camicia, la linja, con ampia scollatura arricchita da sbuffi di tulle; una gonna in raso, nelle varie sfumature del rosso, la kamizolla, scende fino alle caviglie in lunghe e fitte pieghe ed è adornata di ricchi ricami in oro; la sopravveste, coha, di colore blu fermata ai fianchi; ed ancora giubbetti ricamati anch’essi in oro, fazzoletti e, soprattutto, collane e gioielli. Come in tutte le civiltà, dalla ricchezza di questi abiti si desume l’agiatezza della famiglia, così come un diadema sul capo, in filigrana d’oro e d’argento, il kùza, è per gli albanesi segno distintivo delle donne sposate. In confronto, l’abito tradizionale dell’uomo appare molto semplice; solo un gonnellino pieghettato, a volte, diventa caratterizzante. Ma per approfondire la conoscenza delle usanze locali Civita offre anche la possibilità di visitare il Museo Etnico, presso il circolo culturale ‘G. Placco’. Grazie alla passione e all’impegno di alcuni civitesi (fra i quali il sempre disponibile Emanuele Pisarra), in due ampie sale sono state raccolte importanti testimonianze della cultura arbresh: icone, mobili, attrezzi da lavoro, foto d’epoca e abiti tradizionali. A questa esposizione permanente fanno da cornice, nei giorni di Pasqua, alcune sale esterne al museo dove sono ricostruiti ambienti tipici della vita quotidiana come, ad esempio, camere da letto con i ricchi e preziosi corredi di stoffe in lino finemente ricamate.